Struttura dei cieli nella teologia cristiana

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Sin dall’antichità il cielo era ritenuto la sede del divino. Nell’antica Grecia, gli stessi Dei discendevano da divinità primordiali personificazioni del cielo, quali Urano ed Etere. La Terra era considerata il centro dell’universo, al di sopra della quale ruotavano diverse sfere concentriche, collocate una dentro l’altra, il cui numero serviva a rendere ragione dei movimenti all’apparenza irregolari degli astri.

Pitagora intravedeva in esse delle relazioni matematiche che producevano un’armonia celestiale, la cosiddetta «musica delle sfere», impercettibile all’orecchio umano, capace di influire sulla qualità della vita terrena.

Al di là dei cieli Platone collocava l’Iperuranio, sede delle idee, mentre secondo il modello di Aristotele, perfezionato in seguito da Claudio Tolomeo, vi era oltre l’universo un Motore immobile, identificabile con la Divinità suprema – mentre i vari Dei risiedevano al suo interno – che ingenerava un impulso al movimento in queste sfere, le quali cercando di imitare la sua perfetta immobilità risultavano contraddistinte dal moto più regolare e uniforme che ci fosse, quello circolare. Tale movimento tendeva tuttavia a corrompersi progressivamente dalla sfera più esterna verso quella terrestre, trasformandosi da circolare-uniforme in rettilineo.

Basandosi sulla cosmologia tolemaica, i teologi cristiani identificarono così nove cieli fondamentali, i primi sette corrispondenti alle orbite dei pianeti visibili a occhio nudo: costituiti da una sostanza spirituale, eterea e priva di ogni difetto, contenevano il pianeta ad essi associato incastonato come una gemma. Di questi, il più elevato era quello di Saturno, donde l’espressione «essere al settimo cielo», nel senso di raggiungere una grande felicità. Ad essi si aggiungeva un cielo delle stelle fisse o Firmamento, e un Primo mobile (Primum mobile) che dava il moto a tutti gli altri.

Vennero poi aggiunti, talvolta, altri due cieli cristallini e infine la sede di Dio, ovvero il cielo fisso detto Empireo, che portavano il computo finale a 12, numero importante per la mistica cristiana.

Fino al Medioevo furono comunque nove i cieli complessivi identificati dagli studiosi di astronomia, una disciplina ritenuta intimamente collegata a molte altre, quali l’astrologia, la filosofia, la teologia, l’angelologia e le scienze, secondo una visione organica e unitaria del sapere dell’epoca, magistralmente sintetizzato ad esempio da Dante Alighieri nel Convivio (1307).

Questi associò ad ognuno dei nove cieli un pianeta dell’astrologia, ed anche una delle nove gerarchie angeliche della tradizione cristiana risalente a Dionigi l’Areopagita. Come nell’antichità greco-romana ogni divinità era collocata in un suo proprio cielo, allo stesso modo risultava così collocato ogni coro degli angeli in una precisa sfera, preposto al moto di rivoluzione del suo rispettivo pianeta.

La rivoluzione copernicana prima, e l’esplorazione dello spazio poi, hanno sostituito la visione dei cieli composti da sfere orbitanti, con la traiettoria delle orbite percorse dai rispettivi pianeti. Giordano Bruno scrisse nella sua opera La Cena delle Ceneri: «Non più la Luna è cielo a noi che noi a la Luna».

In seguito, la perdita della concezione animistica dei cieli, sebbene sostenuta ancora da Keplero, Paracelso, e dallo stesso Bruno, ha condotto ad una progressiva separazione tra scienza e religione, tra dimore fisiche e dimore spirituali, così che, in quanto sedi delle anime beate, l’esegesi moderna tende a considerare i cieli come luoghi immateriali o comunque appartenenti a una realtà non collegabile a quella visibile tridimensionale, o dello spaziotempo quadrimensionale.

La capacità di elevarsi alla percezione dei cieli, slegata dalle speculazioni filosofiche, è rimasta così relegata nel campo della pura veggenza, come nell’episodio del martirio di Stefano, nel quale il Santo vede «i cieli aperti», τοὺς οὐρανοὺς ἀνεῳγμένους, toùs ouranòus aneōigménous, riferendosi quindi a una realtà non immediatamente visibile all’osservazione comune.

Il concetto religioso del cielo ha in ogni caso mantenuto un significato valido nella sfera dell’interiorità del cristiano, per il quale può avere senso guardare alle nuvole o alle stelle non solo secondo un’ottica esclusivamente materiale, ma anche come la sede di potenze animico-spirituali di cui i diversi pianeti e fenomeni celesti non sarebbero che una manifestazione riduttiva a livello fisico.

L’altezza del cielo può essere quindi intesa anche nel «profondo» dell’anima. Il latino altus significa sia alto che profondo,[14] come nella frase: «nell’alto dei cieli». Una delle espressioni più efficaci del cristianesimo riferite al cielo è utilizzata da Paolo di Tarso nella Prima Lettera ai Corinzi:

«Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste.»
(Paolo, Cor.1)

Nella teologia di Tommaso Campanella il cielo è fatto oggetto di una similitudine ripresa dagli antichi padri della Chiesa:

«Dunque concludo che due sono gli elementi, il cielo e la terra, che sono come padre e madre, maschio e femmina: la parte è infatti simile al tutto. Perciò il Crisostomo nell’Omelia 18 sull’Epistola agli Efesini chiama il cielo marito della terra, giacché la feconda col proprio calore ed essa partorisce poi tutti gli enti secondi, umori, minerali, pietre, animali etc.»
(Tommaso Campanella, Cosmologia, Theologicorum Liber III).

Fonte : Wikipedia

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