Fidei donum

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L’enciclica Fidei Donum, scritta da papa Pio XII e pubblicata il 21 aprile 1957, fu accolta con entusiasmo in molte diocesi, soprattutto d’Italia, e in breve non solo il continente africano ma anche l’America Latina sollecitò l’aiuto dei missionari fidei donum nella linea dell’enciclica.

Il primo effetto fu che i preti che volevano svolgere un servizio missionario trovarono disponibilità da parte dei loro vescovi. La prima generazione di fidei donum partì a titolo individuale, realizzando spesso un sogno accarezzato da anni. Ciò fu fino al Concilio Vaticano II. È l’epoca dei “pionieri”. Molti di questi presbiteri continuarono e in alcuni casi continuano il loro servizio, senza nessuna prospettiva di ritornare alla loro diocesi.

La celebrazione del Concilio Vaticano II apportò idee nuove: la missionarietà non era più pensabile come cosa dei singoli, ma come opera della stessa Chiesa nel suo complesso. Si entrò così nella seconda fase: il riconoscimento della missionarietà di tutto il popolo di Dio. La Chiesa locale non “collabora” con i missionari, ma “si fa” missionaria.

In questo contesto, il linguaggio usato negli anni settanta e ottanta amava espressioni del tipo “la tal diocesi ha una parrocchia in tal paese di missione”: si vedeva cioè la presenza dei missionari fidei donum come un’estensione del lavoro della diocesi: una parrocchia in più, in Africa o in America Latina.

A partire dagli anni ottanta la riflessione ha portato a concepire le cose in maniera diversa: la missione dei fidei donum cominciò a essere considerata espressione della collaborazione missionaria tra due Chiese, la Chiesa a quo che invia i missionari e la Chiesa ad quem che li riceve; più ancora viene vista come scambio di doni fra due Chiese sorelle, comunione e sinergia nella linea dell’evangelizzazione e costruzione del Regno.

È altresì diventata comune la prassi di stipulare una convenzione tra le due Chiese, specificando l’impegno reciproco. Tale convenzione ha normalmente durata triennale rinnovabile, ed è firmata dai vescovi delle due diocesi e dai missionari. In questa prospettiva i fidei donum sono al servizio della Chiesa locale. Il vescovo ad quem dispone di loro secondo le esigenze della pastorale della sua diocesi.

A partire dalla fine degli anni novanta si è cominciato a integrare anche i laici accanto ai preti fidei donum. Di fatto, in quasi tutte le missioni delle diocesi italiane lavorano insieme preti e laici, e spesso anche diaconi e religiose.

A partire dagli anni duemila si è assistito all’invio di missionari fidei donum anche da parte delle giovani Chiese, verso Chiese sorelle del medesimo continente. Tale pratica, comune in Africa, è cominciata anche in America Latina.

Un punto dibattuto è sull’opportunità che l’invio sia a una Chiesa occidentale (Europa e America del Nord). Molti vescovi non accettano questa forma, a causa della situazione di miseria della diocesi a quo, che sposta l’accento della collaborazione missionaria sulla possibilità da parte del missionario “povero” di sistemarsi economicamente e di inviare rimesse alla sua famiglia. Ciononostante varie diocesi italiane hanno accolto fidei donum provenienti dal terzo mondo.

L’espressione fidei donum (in latino: “dono di fede”) indica i presbiteri, i diaconi e i laici diocesani che vengono inviati a realizzare un servizio temporaneo (6-15 anni, normalmente) in un territorio di missione dove già esiste una diocesi, con una convenzione stipulata tra il vescovo che invia e quello che riceve il missionario (o i missionari).

Il numero dei preti fidei donum italiani era di 1052 nel 1999. Nel 2019 erano 400.

wikipedia

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