Ed essi dissero: Signore, ecco qui due spade» (Luca – 22, 38)

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La giustificazione biblica dell’interpretazione teocratica della dottrina delle due spade, nel testo di Bonifacio VIII, è data da un passo del Vangelo di Luca che narra come Gesù, prima di recarsi nell’orto di Getsemani accettasse due spade per la difesa della propria persona. Bonifacio VIII sottolinea l’unicità della Chiesa attraverso una particolare allegoria.

«Al tempo del diluvio invero una sola fu l’arca di Noè, raffigurante l’unica Chiesa; era stata costruita da un solo braccio, aveva un solo timoniere e un solo comandante, ossia Noè, e noi, come ci dice la Scrittura, leggiamo che fuori di essa ogni cosa sulla terra era distrutta.»

(Bonifacio VIII, Unam Sanctam Ecclesiam).

Nella citazione, il ripetuto utilizzo delle parole “un solo” o “una sola”, ha il fine di dare l’idea di unicità della chiesa dal punto di vista spirituale (Dio si riconosce in un’unica Chiesa); le parole «e noi leggiamo nella Scrittura che fuori di essa ogni cosa sulla terra era distrutta» sottolineano l’importanza e la necessità della Chiesa anche per il buon ordinamento temporale dell’umanità.

Riassumendo il contenuto della bolla, si può dire che:

È affermata l’unità e l’unicità della Chiesa, al di fuori della quale non c’è salvezza; la Chiesa è un corpo mistico con un solo capo, Gesù Cristo;

È affermata la dottrina delle due spade: quella spirituale è usata dalla Chiesa stessa, quella temporale è concessa al regno;

Il potere temporale è subordinato a quello spirituale, così che il potere temporale è giudicato da quello spirituale;

così pure, nella Chiesa, il potere spirituale inferiore è giudicato dal potere spirituale superiore (i vescovi sono giudicati dal papa);

il papa a nemine iudicatur, ovvero non può essere giudicato da nessuno: solo da Dio;

È necessario, ai fini della salvezza, che ogni creatura sia sottomessa al papa.

La formula finale della bolla Unam sanctam, quella che più ha fatto discutere, è presa in prestito da un’opera di Tommaso d’Aquino (Contra errores graecorum), ma già in almeno due altre bolle Bonifacio aveva affermato che «…al capo supremo di questa Chiesa militante (il Papa) deve essere sottoposta ogni anima e a lui tutti i fedeli, quali che siano la loro dignità o il loro stato devono “chinare il collo”»

Alla redazione dell’enciclica diedero certamente il loro contributo alcuni prestigiosi teologi, particolarmente legati a Bonifacio VIII, tra cui il cardinale francescano Matteo d’Acquasparta e gli agostiniani Egidio Romano, che aveva precedentemente teorizzato nel De ecclesiastica potestate il concetto di plenitudo potestatis (cioè il pieno potere del papa), e Giacomo da Viterbo, che scrisse in quel periodo il trattato De regimine christiano, in cui il religioso viterbese sviluppò i concetti del papato, inteso come teocrazia, e del potere temporale della Chiesa.

Fonte
Wikipedia

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