Amare ed essere amati

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L’invito che viene fatto ai discepoli, posta la fede costante in Dio e in Gesù, è quello di continuare ad amare (vv. 15.21.23.24). Diversamente dal credere (v. 1), l’amare non è direttamente comandato.

L’a­more, anzi, è un presupposto sicuro della relazione di Gesù con i suoi (cf 16,27), anche se mai prima, nel vangelo, è stato predicato dei discepoli nei confronti di Gesù. L’intera storia di relazione con lui è stata per loro una storia di amore.

Ora vengono chiarite con nettezza le condizioni di possibi­lità e i frutti dell’amare autentico. Condizione di possibilità perché la relazione d’amore col Maestro continui, dopo la Pasqua, è «osservare i suoi comandamenti» o la «sua parola» (vv. 15.21.23.24), che coincidono col comandamento nuovo dell’amore reciproco (13,34-35).

Se l’amare fino alla fine sintetizza e riassume l’intera vita, azione e predicazione di Gesù (13,1), amarsi reciprocamente, secondo il suo coman­damento, è l’unica condizione per continuare ad amarlo e, così, a lasciarsi amare da lui.

Frutto dell’obbedienza al suo comandamento, infatti, è l’esperienza di essere amati da Gesù e dal Padre (vv. 21.23) e, in questo amore, l’esperienza della rivelazione intima e personale di Gesù stesso (v. 21).

Nello spazio scavato dall’assenza di Gesù, andato a preparare un posto nella casa con «molte dimore», il vero spazio della comunione viene in realtà aperto nell’intimo dei discepoli in atto di amarsi reciprocamente: essi stessi, obbedendo all’amore, diventeranno «dimora» permanente del Padre e di Gesù (v. 23) e faranno un’esperienza di rivelazione non accessibile al «mondo», inteso come quella forma di esistenza umana, personale e collettiva, che «ama» solo «ciò che gli appartiene» (7,7; 15,19) e non è in grado di accogliere l’alterità divina.

La verità della rivelazione messianica, dunque, non è smentita e invalidata dal fatto che il «mondo» non ne sia ancora interamente e pubblicamente coinvolto (vv. 19.22); essa, d’altra parte, non è nemmeno una realtà esoterica e privata perché spinge i discepoli a vivere l’amarsi reciproco proprio nel mondo, atteso, a sua volta, all’appuntamento della fede e dell’incontro con la rivelazione dell’amore (cf 17,11.15.18.21.23).

Il dono dello Spirito Santo, Spirito di verità agli antipodi del mondo, «altro paraclito» dopo Gesù (cf lGv 2,1), chiama­to a fianco dei discepoli per sostenerli nella testimonianza che davanti al mondo dovranno svolgere a favore di Gesù e della sua rivelazione, è l’altro frutto dell’amare (vv. 16-18.26) e, al contempo, maestro nell’amare.

La preghiera che Gesù eleva al Padre per i discepoli, sicuro di essere esaudito, ha come contenuto proprio il dono dello Spirito, la cui presenza e la cui azione determineranno e qualificheranno esattamen­te lo spazio ecclesiale, quello del «dimorare» divino «con», «presso» e «nei» discepoli, comunione che non conosce lace­razione né fine temporale perché espressione della vita stessa di Dio donata loro dal Risorto.

Nello Spirito Gesù «verrà» a loro, ancora più intimo e custode come prima della fragilità dei discepoli-figli (v. 18).

Il tempo ormai breve del «rimane­re» di Gesù con i suoi prima della morte (v. 25) è funzionale alla parola che garantisce loro che il tempo che dopo inizierà non segnerà la fine del rapporto col loro Maestro, ma l’ini­zio di una storia nuova di cui essi saranno protagonisti nel mondo insieme allo Spirito che continuerà a perpetuare in loro la memoria di Gesù e a insegnarne la parola.

La morte del Servo, dunque, non è che la via perché la sua vita sia la vita dei molti e il suo Spirito lo Spirito sempre presente sulla sua discendenza a segno dell’alleanza perenne del Signore con il suo popolo redento (cf Is 59,21).

Lectio di don Alessio De Stefano

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